Il 4 maggio di 70 anni fa il Grande Torino divenne immortale

Mancano pochi minuti alle 17 di un pomeriggio di inizio maggio del 1949. Torino è avvolta da una fitta coltre di nebbia. Il comandante del Fiat G.212 della Avio Linee Italiane, Pierluigi Meroni, vorrebbe far rotta su Milano, ma Valentino Mazzola non vede l’ora di tornare a casa e insiste per «tagliare su Superga» È partito con la febbre insieme ai compagni del Torino Football Club per onorare l’impegno assunto con il capitano del Benfica Francisco Ferreira: un’amichevole tra le due squadre per devolvere proprio al “Chico” l’incasso.

Dalla torre di controllo fanno sapere, però, che la visibilità è zero: «Se volete atterrare, dovete volare alla cieca». Sono le 16.58. Il comandante rompe gli indugi: «Quota duemila metri, qdm su Pino, poi tagliamo su Superga». Di lì a pochi minuti tutto sarà finito. L’altimetro – ­­­­questa è l’ipotesi più accreditata – si è bloccato, segnando i 2000 metri di altitudine: in realtà sono ad appena 600, metro più metro meno dei 672 del colle di Superga, sul quale erge, maestosa, l’omonima basilica. Il velivolo impatta sul terrapieno che sorregge il tempio. Lo schianto è devastante. Dei 31 a bordo non si salva nessuno.

Tratto da La settimana Incom 00287 del 11/05/1949

Oltre ai calciatori, lo staff, i dirigenti e l’equipaggio, muoiono i tre giornalisti Tosatti, Casalbore e Cavallero. A dare un nome ai corpi sbrindellati dei suoi ragazzi, il commissario tecnico della nazionale Vittorio Pozzo, che – come consigliere del presidente Ferruccio Novo – quel Torino lo aveva contribuito a creare, per poi trapiantarlo in blocco nella sua Italia vincente. Si aggira come un padre tra le macerie fumanti, il vecchio Pozzo, e li riconosce quasi tutti da una cravatta, un anello, un dettaglio qualsiasi. Bacigalupo, Aldo Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. L’11 che aveva imperversato su tutti i campi di serie A, vincendo 5 scudetti e una Coppa Italia, d’improvviso diventa leggenda. E poi Dino Ballarin, Bongiorni, Fadini, Grava, Martelli, Operto e Schubert. Unici superstiti, Sauro Tomà, fuori per infortunio, e il secondo portiere Renato Gandolfi, lasciato a casa per “promuovere” il terzo Dino Ballarin, in seguito all’intercessione del fratello Aldo.

Contro il bastione della basilica di Superga si spensero le gesta eroiche del Grande Torino, ma nacque il mito. Una squadra di invincibili che caddero da imbattuti. Il vicedirettore di Tuttosport Carlo Bergoglio, Carlin, che di colpo restò orfano del suo direttore Renato Casalbore, così rese loro omaggio: «Forse era troppo meravigliosa questa squadra perché invecchiasse. Forse il destino voleva arrestarla nel culmine della sua bellezza». E dal Corriere gli fece eco Indro Montanelli: «Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto “in trasferta “».


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