Se una divisa addosso paga più del reddito di cittadinanza

Inutile girarci intorno: la tornata delle Europee del 26 maggio incorona con quasi il 35% Matteo Salvini come vincitore assoluto e punisce sonoramente Luigi Di Maio, che si ferma al 17. Queste elezioni, però, sono la cartina al tornasole di scelte fatte dai due partiti di maggioranza il primo giugno scorso. Salvini ha riservato per sé il ministero più remunerativo: tra un giubotto della polizia addosso e un bacio al rosario, col solo ritornello “la pacchia è finita” ha raddoppiato i consensi della Lega in poco più di un anno. Luigi Di Maio, invece, ha preferito avocare a sé e dunque al Movimento 5 Stelle il ministero dello Sviluppo economico e quello del Lavoro, dicasteri delicati per i quali non bastano i proclami e che gli hanno fatto perdere circa 10 punti percentuali rispetto alle scorse politiche.

Giubilo per Salvini e tanti pensieri per Di Maio

La delicata congiuntura economica, i dati poco rosei sul lavoro e il reddito di cittadinanza capitalizzato soltanto al Sud condannano i pentastellati al ruolo di stampella di un governo sempre più a trazione leghista. La narrazione del “capitano” di un Paese più sicuro e di rimpatri in realtà mai avvenuti è bastata per far volare il Carroccio nella roccaforte del Nord ma anche, vera novità, da Roma in giù. Se in Europa il fronte sovranista non ha sfondato, i risultati potrebbero avere ripercussioni sostanziali per gli equilibri del governo gialloverde. Il gioco delle parti impone ovviamente a Matteo Salvini di rassicurare “gli amici dei 5 stelle” che nulla cambierà, ma difficilmente da ora in avanti saranno i grillini a dettare l’agenda di governo e a porre veti sulle politiche care alla Lega.

Il pensiero va sicuramente alla Tav, già pomo della discordia negli ultimi mesi, ma soprattutto alla Flat Tax, autentico cavallo di battaglia di Salvini. Una tassazione al 15% mal si concilia, però, con il reddito di cittadinanza a firma Di Maio, che già ha compromesso i conti, rendendo probabile un aumento dell’Iva. I 23 miliardi necessari per sterilizzare le clausole di salvaguardia, infatti, sbarrerebbero la strada a una riduzione fiscale. La tentazione, allora, di far saltare il banco sarà forte. Alla finestra ci sono Giorgia Meloni col suo 6,5% e Forza Italia, scesa sotto il 10: circa il 40% in due, più del 45 con anche Silvio Berlusconi. Un governo alternativo che potrebbe ricavare le risorse per la riforma fiscale, oltre che dagli 80 euro del bonus Renzi, dall’abolizione del reddito di cittadinanza, autentico totem per i grillini. Aggiungere ai 10 miliardi del primo i 7 del secondo permetterebbe di imbastire una flat tax per i ceti medio-bassi.

Se da domani Matteo Salvini ha dunque una carta in più nel suo mazzo, si stringe invece il cappio attorno al collo di Luigi Di Maio. Sostenere senza se e senza ma le politiche leghiste oppure mettersi di traverso, rischiando di essere rimpiazzato dalla compagine di destra? E Salvini cosa farà? Prepariamoci a mesi di frizione, nella speranza che calcoli e colpi bassi non vengano fatti – come spesso accade – sulla carne viva del Paese.

L’importanza di chiamarsi Ernesto. Punti di vista non richiesti

C’era davvero la necessità di inaugurare un altro blog in un momento come questo? Che senso ha l’ennesimo spazio virtuale nel quale rovesciare parole e punti di vista non richiesti da offrire in pasto alla rete proprio ora che l’opinione è assurta a sentenza? Forse sarebbe meglio tacere, rifugiandosi per prudenza nella riflessione, limitandosi a osservare l’eterno scontro tra gli unti del Signore, contrapposti in agguerrite fazioni.

È però in momenti del genere che l’essere franchi (un altro significato della parola “Earnest” del capolavoro di Oscar Wilde che mi ha ispirato il titolo) assume un’importanza più che simbolica nel rifiuto del dibattito come scambio di slogan preconfezionati in cui ha la meglio chi più grida e meglio offende. Coerenza e onestà intellettuale sono il lusso di chi non ha secondi fini o campanili da difendere e scrive e ragiona per il gusto di farlo, per sentirsi vivo. Qui troverete sempre uno spazio dove poter dire la vostra, nel rispetto degli interlocutori e del sottoscritto, che vi ospita. Parlerò di tutto quello che mi ispira, che mi incuriosisce o che mi indigna. A volte parlerò di calcio e di Milan, vecchia passionaccia che diventa, anno dopo anno, più forte.

L'importanza di chiamarsi Ernesto. Locandina del film del 1952 diretto da Anthony Asquith

Non ho alcuna verità da regalarvi, né cerco parole definitive. Mi interrogo sul mondo in cui viviamo, lo filtro con le lenti della mia educazione e delle esperienze fatte. E mi ritrovo, spesso, ad agire per sottrazione, ricavando dal fatto su cui ragiono una nota positiva, la sola fiammella che, ostinatamente, continua ad ardere. E pazienza se sempre più spesso il re è nudo: tocca a noi tutti rivestirlo, parola dopo parola, comportamento dopo comportamento, evidenziando quello che secondo noi è inaccettabile e come vorremmo che fosse. Destrutturare la realtà per poi ristrutturarla, a modo nostro. Né più, né meno.


“Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

– Eugenio Montale