I migranti della Sea Watch e l’umanità perduta. I conti con la storia

“La storia è una terra sterile in cui non cresce l’erica”. Così Albert Camus nel saggio Prometeo agli inferi sottolineava la totale inutilità della storia intesa come “magistra vitae”. La vicenda dei 42 migranti della Sea Watch 3 e del capitano Carola Rackete dimostra ancora una volta come l’uomo sia vittima degli stessi errori, sebbene declinati diversamente. Il filo conduttore che lega, tra passato e presente, le miserie terrene è la perdità dell’umanità quale valore fondante della società.

Ciclicamente si assiste alla prevaricazione della pancia sulla testa (e sul cuore, manco a dirlo), con le rivendicazioni più disparate a fare da contraltare al soccorso dei più deboli. C’è sempre una crisi a giustificare l’indifferenza, un povero nostrano (abitualmente ignorato) il cui aiuto è incompatibile con quello dell’altro. Insomma non è mai colpa nostra: noi vorremmo, saremmo pure felici di farlo, ma le contingenze ci impediscono di prenderci cura degli altri. Il grido “Prima gli italiani” si leva fiero come mai prima. Quali? Gli evasori per caso? Quelli che con la loro condotta affossano quotidianamente il Paese, privando le nuove generazioni di un futuro degno di questo nome? No, di certo. Prima gli italiani poveri, quelli che non ce la fanno e vengono dimenticati sopra un marciapiedi o sotto un portico, nel migliore dei casi. E lì resteranno. Pronti, all’occorrenza, a essere chiamati nuovamente in ballo.

Quello che ci sfugge è che la storia ci attende, ci guarda e ci giudicherà. Che diranno i posteri quando leggeranno che abbiamo giocato a braccio di ferro sulla pelle di 42 poveri cristi? Che il ministro dell’Interno, un bullo orgoglioso di esserlo, parla di “atto di guerra” con la stessa leggerezza con cui beve la birra Messina a beneficio di fotocamera? Riusciranno a ricostruire come diamine abbiamo fatto a consegnare le cariche ricoperte da De Gasperi, Moro, ma anche da Andreotti e Craxi a Salvini, Di Maio e Conte? E che diranno di un popolo che in un anno di tam tam salviniano ha dato sfogo alle peggiori pulsioni?

Capiranno, forse, che una mente lucida e cinica ha indirizzato il dibattito pubblico su un tema a lui congeniale, oscurando nodi come la disoccupazione e la stagnazione economica, vere emergenze del Paese. Si interrogheranno probabilmente sul silenzio dell’altro partito di maggioranza, che in passato sull’immigrazione aveva assunto posizioni molto diverse. Li condanneranno, forse. Di certo condanneranno noi, la nostra ingenuità e la condiscendenza con cui abbiamo guardato allo sfascio sociale. Perché con la storia, prima o poi, ci si fa i conti.

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